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Agricoltura sociale, “valori” in campo

12/03/2012 | Agricoltura
Un'analisi profonda ed alta dell'agricoltura sociale, vero rifugio di valori antichi ed attualissimi.

Sostenibile, etico, locale, solidale. Il futuro del mondo agricolo non può tradire le orme rappresentative del proprio passato. Da sempre la più vera - e nobile - cultura della terra ottimizza le proprie risorse coniugando il senso del lavoro e del tempo con quello del capitale sociale e della vita.

Assicurarsi linfa da pratiche di coesione sociale e di dialogo intergenerazionale, accreditate dal trasferimento di antichi saperi, rimane uno dei più blasonati privilegi dell’universo rurale. Una realtà in palese contrasto con quei modelli economici universalistici, concepiti per i territori urbani e basati su logiche di standardizzazione degli stili di vita e di economie di scala. Si potrebbe dire, come ben evidenzia Alfonso Pascale, presidente della Rete fattorie sociali, che “l’ontologia parmenidea che fondeva l’essere e il divenire in una forma di pensiero sia inconsapevolmente rimasta integra per millenni nella cultura contadina”.

Insomma la campagna - benché sia penalizzata da una politica globalizzata accecata dai bagliori del finto progresso, sebbene venga relegata a territori montani difficili da abitare per la crisi dei servizi, nonostante sia defraudata dai muscolosi poteri industriali, bancari e finanziari soliti a valutare la terra mai in termini qualitativi ma quantitativi, casomai per collocarvi l’ultima installazione in fatto di produzione energetica - continua ad incarnare il più antico (e sempre più “moderno”) esempio di equilibrio naturale. Resta, cioè, l’area più proficua – al di là del ruolo basilare di assicurare l’alimentazione quotidiana - per la cura di valori immateriali quali le interrelazioni tra uomo e natura, la coltivazione di stili di vita incontaminati, la trasmissione di conoscenze, la salvaguardia di tradizioni, la valorizzazione di patrimoni culturali. Rispondendo in modo crescente a tale logica, numerose aziende stanno sviluppando forme produttive alternative ai modelli omologanti, proprio per avversare quella finta “modernizzazione” agricola canalizzata su binari sempre più fuori controllo, caratterizzata da un’offerta prettamente commerciale (che determina illogici accumuli di eccedenze alimentari), relegata a processi di integrazione del sistema agroalimentare che rappresentano, a ben vedere, forme di dipendenza e di decadimento.

Un’agricoltura fintamente “moderna”, incentrata su modelli centralistici o universali (compresi quelli di welfare) ormai in disfacimento, alimentata dall’introduzione massiccia di tecnologie, elementi chimici (fertilizzanti in primis), prodotti della genetica e della selezione delle sementi per garantire interminabili allargamenti di scala, che finiscono per svilire totalmente l’economia primaria.

Un’agricoltura, tra l’altro, spesso gestita da imprenditori totalmente estranei al settore, ma abili nel calare dall’alto collaudate logiche di profitto. Con lo sforzo di recuperare il valore “comunitario” e “solidale” dell’agricoltura, sta ormai definitivamente emergendo una nuova frontiera del comparto primario, di cui si parla con crescente interesse anche in Italia: si tratta della cosiddetta “agricoltura sociale”. Il fenomeno, ad onor del vero, non ha una definizione univoca. A livello europeo, in genere, si assume quella dall’Azione europea di cooperazione scientifico-tecnologica “Green care in agricolture”, seconda iniziativa comunitaria riguardante l’agricoltura sociale (dopo “Farming for health”), durata quattro anni e a cui hanno aderito quindici Paesi attraverso scambi di conoscenze, di metodologie e di risultati.

Si parla, per l’agricoltura sociale, di “utilizzazione delle attività agricole come base per promuovere salute mentale e fisica e migliorare la qualità di diverse tipologie di utenti”. In una concezione sempre più vasta e articolata, l’agricoltura sociale è quindi caratterizzata dall’uso degli elementi produttivi dell’impresa agricola anche per garantire servizi alla persona - dagli asili alle fattorie didattiche, dal turismo verde ai servizi di reinserimento sociale attraverso il lavoro per soggetti in difficoltà. Nello specifico, le nuove e crescenti forme di servizi sociali collegati al mondo rurale trovano forza in una nuova visione della qualità della vita e nella giusta armonia tra la “cultura contadina” tradizionale (capace di garantire la centralità del processo produttivo agricolo, la valorizzazione del contesto locale e la dimensione partecipativa altamente “umanizzante”) e le nuove accezioni multifunzionali dell’agricoltura, che includono offerte inedite.

Tra queste gli “agrinidi” e gli “agriasili” per bambini in età pre-scolare (tra i primi in Italia c’è quello di Poirino, in provincia di Torino, attivo dal 2004); le fattorie didattiche per gli studenti; il turismo sociale (praticato principalmente con gruppi di anziani o di persone diversamente abili); le comunità di accoglienza; le case-famiglia; i servizi di domiciliazione dei pasti a cura di imprese agricole; i laboratori di animazione; le esperienze in strutture ospedaliere, prevalentemente con pazienti geriatrici e psichiatrici; le collaborazioni tra sistema carcerario e mondo agricolo, come nei casi dei progetti legati all’apicoltura a Civitavecchia, le coltivazioni in serra nel carcere femminile di Rebibbia a Roma o i vini dell’istituto penitenziario di Velletri dai nomi originali, come “Quarto di Luna”, “Le sette mandate” e “Fuggiasco”; le esperienze nelle terre confiscate alla mafia; le attività socio-psico riabilitative, con l’ausilio di onoterapia (attraverso gli asini), ortoterapia e pet-therapy (zooterapia), che traggono origine dagli studi settecenteschi di William Tuke in Inghilterra, sul rapporto, per fini terapeutici, tra malati mentali ed alcuni animali, poi perfezionati negli Stati Uniti soprattutto negli anni Sessanta. Fino ad una serie articolata di servizi per l’accoglienza, l’inclusione, l’integrazione e la protezione sociale di soggetti con disabilità fisiche e psichiche, problemi di dipendenze, detenuti ed ex detenuti, giovani in difficoltà, cittadini immigrati, rifugiati, anziani, ecc.

Insomma, il concetto di “agricoltura sociale” è particolarmente ampio, includendo una vasta gamma di esperienze finalizzate al bene comune. La filosofia “sociale” di questo ramo crescente dell’agricoltura comprende anche una serie di pratiche virtuose. Ad esempio i metodi di produzione biologica, biodinamica e a basso impatto ambientale, i canali di vendita a filiera corta o a “chilometro zero” (inclusi i “Gas”, i “Gruppi di acquisto solidale”), l’attenzione “democratica” agli strumenti informativi e comunicativi e la propensione a lavorare in rete, privilegiando la dimensione territoriale. Spiega Saverio Senni, già docente universitario a Viterbo, tra i massimi esperti di agricoltura sociale in Italia: “Se il tradizionale tessuto familiare contadino è andato scemando in gran parte dei territori rurali italiani, la struttura familiare delle imprese agricole rimane ancora un tratto di gran lunga dominante nell’agricoltura italiana. La dimensione spiccatamente familiare delle aziende agricole può costituire un elemento di forza nella progettazione di un’offerta di servizi sociali alla persona da parte delle aziende stesse”.

GLI OLANDESI I PIONIERI IN EUROPA – E’ l’Olanda la nazione dove il fenomeno ha visto le prime esperienze pionieristiche negli anni Novanta. Grazie ad una “spinta dall’alto”: un accordo quadro tra il ministero dell’Agricoltura e quello degli Affari sociali ha convinto numerosi imprenditori ad offrire percorsi terapeutico-riabilitativi e di recupero sociale a soggetti svantaggiati in campagna, ottenendone un compenso pubblico configurato come un’integrazione al reddito agricolo aziendale.

L’iniziativa ha segnato il lancio del “care farming”, che oggi coinvolge circa 800 imprese agricole che integrano nei lavori aziendali soggetti a vario titolo svantaggiati o a rischio di esclusione sociale. Per approfondire il caso olandese, c’è un noto testo del professor Jan Douwe van der Ploeg, docente di Sociologia rurale presso l’Università di Wageningen nei Paesi Bassi, intitolato “I nuovi contadini” (in Italia è stato edito da Donzelli nel 2009). Secondo l’autorevole sociologo, che è stato consulente anche di organi istituzionali in Italia, negli ultimi due secoli, nell’epoca delle trasformazioni industriali, i contadini sono stati considerati una figura sociale in estinzione o da eliminare, in quanto ostacolo al cambiamento. Mentre oggi il mondo contadino non soltanto si presenta in molte forme nuove e inaspettate, ma sembra addirittura incarnare una risposta chiave per soddisfare i fabbisogni alimentari mondiali nella direzione di uno sviluppo sostenibile dell’agricoltura e delle economie rurali.

L’autore dimostra che i contadini non sono affatto in decrescita: al contrario, sia nei Paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, assistiamo a fenomeni complessi di ritorno ad un “modo contadino di fare agricoltura”.

Il cuore di questo nuovo modello è la ricerca dell’autonomia rispetto al potere ordinatore degli “imperi agroalimentari”. Un’autonomia basata sulla mobilizzazione delle risorse locali all’interno di un processo produttivo che ne garantisca allo stesso tempo la riproduzione. Con una grande ricchezza di casi empirici provenienti dalle agricolture di diverse parti del mondo – e un particolare focus sul sistema delle aziende italiane, che van der Ploeg considera d’eccellenza “per l’eterogeneità, ossia per il suo strutturarsi su risorse, storia e repertori locali” - il libro analizza e descrive il riemergere del fenomeno contadino, evidenziandone la contrapposizione alla modernizzazione “globale” che ha dato luogo agli imperi alimentari. Ne scaturisce, appunto, un modello originale, capace di creare una nuova armonia tra agricoltura, società e natura. In fondo l’agricoltura sociale nasce proprio dalla crescente insoddisfazione per l’integrazione dell’azienda agricola in circuiti tecnologico-produttivi sempre più eterodiretti. Oltre al Belgio, con caratteristiche abbastanza analoghe a quelle olandesi, dove esiste una rete fiamminga di “green care” e l’agricoltura sociale è riconosciuta dalle politiche agricole, è la Norvegia a presentare un’eccellente rete nazionali di agricoltura sociale riconosciuta dal sistema socio-sanitario pubblico, con servizi remunerati al pari di qualunque altro tipo di servizio.

Da un punto di vista quantitativo, però, è la Francia a detenere il primato per numero di esperienze. Spicca, ad esempio, quella di “Reseau Cocagne” (reseaucocagne.asso.fr), una rete di agricoltura biologica che oggi riunisce un’ottantina di realtà agricole (un’altra quindicina è in fase di progettazione), denominate “Jardins de Cocagne”. Il primo “giardino” è nato nel 1991 a Chalezeule (Doubs), rappresentando un prototipo poi esportato in tutta la nazione. Le strutture sono gestite da organizzazioni senza fini di lucro che promuovono inclusione sociale e lavorativa di fasce marginali della popolazione, ad esempio persone senza fissa dimora, prive di reddito, disoccupati di lunga durata, ecc. Il sostentamento economico è garantito da un collaudato sistema di vendita diretta: settimanalmente vengono distribuiti cestini, contenenti per lo più ortaggi biologici, per soci consumatori che si impegnano ad acquistare per più di un anno (definiti “consumattori”) e partecipano attivamente anche alle decisioni gestionali della struttura. Una modalità che ha successo soprattutto per la grande sensibilità dei francesi verso “il sociale”. Le strutture, luoghi accoglienti, offrono anche progetti ambientali e attività per bambini e si autoregolano per grandezza, evitando sproporzioni.

Molteplici esempi virtuosi di agricoltura sociale sono presenti anche in Germania e nel Regno Unito. Dietro alla repentina crescita del fenomeno negli ultimi anni, ci sono principalmente le conseguenze – non solo monetarie ma anche ideologiche - della crisi economica generalizzata, che sta spingendo molti operatori rurali verso la ricerca di nuovi schemi produttivi. Il superamento di un’agricoltura omologata su logoranti logiche agro-industriali avviene anche attraverso pratiche incentrate sulla riscoperta di valori locali e morali, sul rilancio di azioni partecipative e sull’acquisizione di nuovi modelli sostenibili, diversificati e multifunzionali, cioè legate al cambiamento della percezione, da parte della società, del ruolo del settore agricolo ed all’emergere di nuove aspettative non più direttamente subordinate al ciclo produttivo. Pratiche che consentono di ovviare ai limiti di uno sviluppo unidirezionale grazie alla diversificazione delle fonti di reddito, alla crescita dei beni relazionali e al nuovo apprezzamento “etico” delle aziende agricole. La reputazione, che surclassa l’overdose di “costruzioni d’immagine”, è il biglietto da visita: la credibilità si costruisce quotidianamente e si fonda sulla qualità delle pratiche condotte.

IN ITALIA UN FENOMENO NUOVO CON UN’ANIMA ANTICA - La collocazione temporale dell’odierna “agricoltura sociale” in Italia, in forte espansione nel nuovo millennio, cioè in una fase di reazione all’uniformazione post-industriale degli ultimi anni, nonché la sua portata internazionale e dai volumi non trascurabili spingono a considerare il fenomeno certamente “originale”, quindi scollegato da analoghi movimenti dei decenni precedenti. Tuttavia, se analizziamo le caratteristiche delle odierne pratiche di agricoltura sociale, è possibile rintracciare qualche riferimento con il passato. Non mancano, ad esempio, illustri precedenti perlomeno ideali – una sorta di “marcati” segnali premonitori - come la scuola dai forti contenuti sociali fondata da don Lorenzo Milani a Barbiana del Mugello (1954), frequentata per lo più da figli di contadini e orientata alla presa di coscienza civile e sociale, il Gruppo Abele a Torino (dal 1965) e la Comunità di Capodarco, costituita da don Franco Monterubbianesi nel 1966 per restituire dignità ad un gruppo di disabili attraverso attività agricole.

I semi dell’odierna agricoltura sociale sono quindi rintracciabili negli anni in cui si sviluppa una coscienza critica verso gli aspetti più deleteri della “modernità”, ad esempio l’eccesso di centralità burocratica (si pensi alle critiche di Anthony Giddens) o di razionalismo. E soprattutto quelli in cui essa trova la massima maturazione. L’attuale inserimento del fenomeno in un contesto di crisi del mondo industrializzato e gli elementi di rinnovata attenzione per l’ambiente naturale e sociale richiamano confronti con quelle pratiche variegate, frastagliate e fortemente ideologizzate che caratterizzarono importanti esperienze principalmente negli anni Settanta. Cioè nel periodo della crisi petrolifera internazionale e dei conseguenti accesi dibattiti sull’idea di sviluppo. Anni in cui videro la luce esperienze significative come le “comuni” agricole, che ebbero anche implicazioni spirituali, o l’associazionismo, soprattutto di matrice radicale, per l’abolizione dei manicomi, per la lotta alla tossicodipendenza e per la denuncia delle condizioni carcerarie, fino alle cooperative cattoliche che s’insediavano in borghi agresti e in casali di campagna abbandonati.

Il richiamo a quegli anni e a quelle iniziative pionieristiche, con le dovute differenze rispetto ad oggi, è proficuo per individuare i germogli di un cambiamento concettuale proveniente soprattutto “dal basso”: un’agricoltura sempre più flebile e “ghettizzata” dalle nuove gerarchie economiche perde l’etichetta di mero sistema produttivo, accrescendo nel contempo la sua funzione culturale e sociale. A far emergere tutto ciò  è proprio il mondo rurale degli anni Settanta, quello che vede più che dimezzato il numero dei coltivatori diretti rispetto a vent’anni prima, dagli 8,6 milioni nel 1951 ai 4,2 milioni del 1971. E che s’interroga con apprensione sul proprio futuro, intrecciando la propria quotidianità con quella delle piazze in fermento. Una fase particolarmente dinamica anche sul fronte dottrinale.

E’ in tale contesto che nell’ottobre 1977 l’Uci-Unione coltivatori italiani, parte della Costituente contadina con Alleanza e Federmezzadri, ha promosso uno storico evento, ambientandolo significativamente in un borgo abbandonato del nostro Mezzogiorno, a Taccone di Irsina, in provincia di Matera. Una “tre giorni” sul tema “Occupazione giovanile e sviluppo dell’agricoltura” che ha richiamato in una sorta di happening oltre duemila giovani da ogni parte d’Italia per confrontarsi con “addetti ai lavori”, personalità dell’agricoltura, della cultura e della politica su un importante pezzo di futuro della società italiana. Una delle rare occasioni in cui la ruralità ha messo profeticamente in luce, tra mostre e proiezioni cinematografiche, il proprio carattere multidisciplinare e multifunzionale, tra “letture” culturali, occupazionali, ambientali, ricreative, turistiche, educative, formative. La peculiarità italiana dell’agricoltura sociale è insita proprio nel suo solido legame con questa “socialità militante”, con le forti spinte ideali che caratterizzano il rapporto con il mondo del lavoro, con il “consumo critico” e con il terzo settore, ad esempio nel privilegiare prodotti locali ad elevato contenuto di sostenibilità ambientale e sociale, nonché per facilitare le attività terapeutiche o d’inclusione socio-lavorativa mediante l’uso dell’agricoltura. Non a caso qualcuno ha proposto, per il nostro Paese, un più corretto appellativo di “sociale agricolo” piuttosto che di “agricoltura sociale”. Anche grazie a tali spinte culturali e ad un lungo periodo di elaborazione, nel 1991 (con la legge 381) sono state istituite le cooperative sociali, che rappresentano un altro importante momento di alimentazione per la multifunzionalità dell’agricoltura. Poco più di un decennio dopo saranno quasi cinquecento.

Parallelamente si è assistito a nuovi importanti segnali, come quelli dei beni confiscati alla mafia e recuperati ad un uso di interesse collettivo. E’ il caso dei terreni agricoli rigenerati dall’associazione “Libera”, promossa da don Luigi Ciotti. Oggi, con questo logo associato ad una grande reputazione soprattutto da parte dei giovani, l’organismo di don Ciotti costituisce in realtà un coordinamento di oltre 1.500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base. Da tali esperienze e da nuove consapevolezze è scaturito il decreto legislativo n. 228 del 2001, che ha modificato l’articolo 2135 del Codice civile “aggiornando” i requisiti dell’imprenditore agricolo, non più un semplice coltivatore diretto di un fondo o un allevatore di bestiame ma “chi esercita almeno una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, silvicoltura, allevamento di animali e attività connesse, cioè “esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge”.

E’ un ulteriore passo importante verso lo sbocco della multifunzionalità. I presupposti dell’agricoltura sociale sono rintracciabili anche nelle più recenti Politiche agricole comunitarie, ad esempio in quella del 2003 (e nel regolamento dello sviluppo rurale del 2005), che ha dato il via ad un profondo ripensamento dell’intervento pubblico comunitario. Un impulso notevole è poi stato assicurato dalla nuova programmazione dello sviluppo rurale che, nel suo principale atto programmatico – il Piano Strategico Nazionale (PSN) 2007-2013 – l’ha inserito fra le “azioni chiave” dell’Asse III.

Al di là di tale necessaria cronistoria degli ultimi decenni, in fondo la stessa “socialità” del fenomeno agricolo odierno rappresenta un “ingrediente” insito nell’agricoltura stessa. Con radici assai più remote. La forte componente “familistica”, la condivisione dei riti, la reciprocità nel contesto della comunità, lo scambio di mano d’opera tra famiglie per lavori stagionali, le forme di solidarietà, le origini agricole del movimento cooperativo sono fattori che confermano questa tendenza “relazionale” e quindi comunitaria. Ben descritta, tra l’altro, dai maggiori romanzi dell’Ottocento e del Novecento, specie di autori meridionali e isolani. In tale contesto rientra anche l’assistenza “in famiglia” alle persone anziane o ai disabili, particolarmente numerosi nell’Italia provinciale e contadina dei decenni addietro, causa anche l’alto numero di incesti. Il risultato è, appunto, una forte ricaduta “sociale” del comparto primario, che in sostanza si fa carico della salvaguardia dei beni comuni, materiali e immateriali. Un modello di sviluppo locale a forte carattere etico che vede l’impegno diretto degli imprenditori agricoli spesso in forma associata con operatori del terzo settore. Attuali pratiche di co-working tra il mondo rurale, il terzo settore e le istituzioni pubbliche rappresentano il fiore all’occhiello dell’agricoltura sociale. Le attività, realizzate in cooperazione con i servizi socio-sanitari e con gli enti locali, vengono in genere sottoposte a verifiche periodiche, anche mediante un rendiconto sociale. E attivano una pluralità di azioni formative. Le risorse ambientali e l’operosità agricola, rafforzando ulteriormente il ruolo di “bene collettivo” dell’agricoltura e mobilitando risorse spesso ancora inespresse, contribuiscono non solo al rilancio in un’ottica di coesione delle aree e delle attività rurali, ma anche alla valorizzazione di esperienze dal forte contenuto solidale, all’addensamento delle reti sociali, alla realizzazione di percorsi socio-riabilitativi, educativi, formativi, di tutoraggio, offrendo opportunità di inclusione sociale soprattutto attraverso l’inserimento lavorativo. Tali circoli virtuosi, assicurando servizi finalizzati al benessere complessivo della cittadinanza, garantiscono crescita e coesione alle comunità locali. L’agricoltura sociale, in sintesi, va incontro contemporaneamente sia alle richieste del mercato sia a quelle della società civile. Oltre a valorizzare la funzione dell’azienda agricola e a rafforzare il ruolo sociale di soggetti svantaggiati o a rischio di emarginazione, tali pratiche hanno una ricaduta decisamente positiva anche per i conti pubblici, in quanto le disastrate aziende sanitarie possono ridurre gli investimenti diretti verso le proprie strutture, in genere molto costose, desuete e non sempre efficienti. L’agricoltura sociale, infatti, libera nuovi approcci verso i servizi socio-sanitari per la cura e l’inserimento socio-lavorativo. Queste nuove prassi agricole finiscono per incidere fortemente nell’ambito dell’intervento pubblico nei sistemi di welfare, anche quale risposta ad una crescente domanda di nuova qualificazione delle reti di protezione sociale. Analogamente, i tagli dei fondi destinati all’istruzione pubblica, principali responsabili della riduzione degli insegnanti di sostegno, stanno rafforzando il ruolo dell’agricoltura sociale. Molte scuole hanno avviato percorsi di collaborazione con aziende agricole, ad esempio attraverso attività cicliche in fattoria per studenti disabili.

ESPERIENZE DA NORD A SUD – L’agricoltura sociale è, pertanto, un fenomeno in netta crescita, quantitativa e qualitativa. E le pratiche conquistano quotidianamente nuovi territori. Se l’iniziativa “Torino città da coltivare” è il fiore all’occhiello del capoluogo piemontese, finalizzato a promuovere in città l’agricoltura sociale, l’orticoltura e la forestazione urbana, la Provincia di Mantova ha recentemente lanciato il progetto “Centro polivalente Bigattera - animazione, formazione e supporto per iniziative di agricoltura sociale a scala territoriale” per il distretto di Ostiglia, mentre lo scorso 25 febbraio a Pontedera è stato inaugurato il primo punto vendita dei prodotti dell’agricoltura sociale all’interno della grande distribuzione (Centro commerciale Coop), tappa di un percorso intrapreso da anni con il supporto di diversi organismi locali, dalle amministrazioni comunali all’Asl 5.

A Ragusa, lo scorso 10 marzo, presso la sala convegni del Collegio dei Gesuiti, ha avuto luogo un importante incontro sull’agricoltura sociale quale opportunità per le aziende agricole, che ha visto tra i promotori l’assessorato regionale Risorse agricole e alimentari e i Soat di Noto, Palazzolo Acreide, Siracusa e Lentini congiuntamente con diverse associazioni e cooperative del terzo settore. Tra le esperienze più interessanti, anche il coinvolgimento del mondo archeologico con quello agricolo: i settori “deboli”, in questa inedita riunione, acquisiscono forza territoriale generando risorse economiche e opportunità di socializzazione. “Le aziende agricole scoprono che l’agricoltura oltre ad essere luogo di produzione alimentare è in grado di produrre come valore aggiunto anche relazioni di qualità - sottolinea Concetta Pizzo, dirigente Soat di Noto. Si tratta soltanto delle ultime esperienze su questo fronte, che registra iniziative da oltre un decennio nel nostro Paese. Tra quelle pioneristiche, continua a polarizzare attenzioni l’azienda agricola biologica Colombini di Crespina (Pisa), che nel 2001, grazie al sostegno della Conferenza dei sindaci della Valdera, è stata capofila del progetto “Il giardino dei semplici” per favorire riabilitazione e inserimento lavorativo a persone con condizioni di disagio.

Dall’esperienza ha preso avvio il Patto territoriale per la salute tra istituzioni amministrative e socio sanitarie e imprenditoria agricola locale, che ha portato – tra l’altro – a tirocini formativi e a due assunzioni a tempo indeterminato di soggetti con svantaggio psichico. Oggi l’azienda occupa dodici persone, di cui quattro assunte a tempo indeterminato in uscita dai servizi psichiatrici, realizza una cinquantina di prodotti, ha circa un migliaio di clienti fidelizzati nel territorio locale. Analoghe importanti esperienze a Vicchio (Firenze), dove opera su quasi 500 ettari la cooperativa agricola “Il Forteto” e a Bassano del Grappa (Vicenza), dove la fattoria sociale “Conca d’oro” onlus offre anche una comunità alloggio che può ospitare stabilmente otto persone disabili adulte. Altra importante iniziativa a Viterbo, dove è stato attivato nel 2004 un Master universitario in “Agricoltura etica di utilità sociale” (1.500 ore in dieci mesi), promosso dall’Università della Tuscia per “far crescere una cultura interdisciplinare capace di legare competenze tecnico-agronomiche, giuridico-normative, economico-gestionali, medico-psicologiche e organizzative orientate ad integrare le persone svantaggiate nelle attività agricole”.

Il Master è frutto di un’attività pluriennale di ricerca condotta dalla Facoltà di Agraria della Tuscia, con la collaborazione di imprese agricole ed enti locali. Sempre sul fronte universitario, l’ateneo di Pisa ha firmato il progetto “Farm theraphy” nell’ambito del Centro Interdipartimentale di ricerca agroambientali che gestisce una superficie di 1.700 ettari in Toscana, mentre l’ateneo di Bologna ha sottoscritto una convenzione con l’Istituto superiore di sanità in materia di “pet therapy”. Da ricordare, tra le miriadi di progetti, quelli attivati nei Parchi in tutta Italia, quelli regionali promossi da Arsia in Toscana, da Arsial nel Lazio e dalla Regione Veneto (alcune iniziative di sperimentazione sono frutto dell’accordo tra ministero della Salute e Regioni del febbraio 2003), nonché quelli dei distretti di agricoltura sociale in Friuli-Venezia Giulia.

In ambito locale, a Roma, nel quartiere Testaccio, i 3.500 metri quadrati della “Città dell’Altraeconomia” costituiscono un solido punto di riferimento per iniziative legate all’agricoltura sociale. Nel campo della comunicazione, il blog “Il lombrico sociale” rappresenta da anni un punto di riferimento, mentre l’Aiab, l’associazione italiana di agricoltura biologica, è sicuramente uno degli organismi che sta maggiormente contribuendo a promuovere l’agricoltura sociale nel nostro Paese. Pur nella difficoltà di censire con completezza un panorama policromo e discontinuo, è tuttavia possibile individuare una serie di tratti comuni nelle esperienze italiane.

Ad esempio: l’adozione del biologico e di tecniche a basso impatto ambientale, con preferenza per produzioni “di nicchia”; le dimensioni medio-piccole delle attività agricole, anche quale garanzia di prossimità e di controllo; il forte legame con il territorio e la comunità locale, in cui l’agricoltura conferma il ruolo storico di collante e di strumento di coesione sociale; la multifunzionalità espressa nell’adozione di pratiche connesse, dalla trasformazione in azienda alle attività didattico-formative-educative, dall’ospitalità e dalla ristorazione fino alla vendita diretta dei prodotti; la preferenza verso il lavoro manuale; la significativa presenza di occupazione femminile; la qualità specifica del cosiddetto “multiprodotto”, conseguente ad una diversificazione degli ordinamenti produttivi; il recupero di risorse fondiarie residuali; l’attenzione per la comunicazione e per l’informazione; l’impatto politico, talvolta espresso con la creazione o l’adesione a reti “dal basso” per incidere su scelte “dall’alto”.

Sul fronte normativo, Abruzzo e Toscana sono state le regioni antesignane per la promozione del fenomeno. Mentre Calabria e Friuli-Venezia Giulia hanno inserito l’agricoltura sociale nei provvedimenti riguardanti l’agriturismo e l’attività didattica. La Regione Marche l’ha inserita nella multifunzionalità. Il Consiglio regionale della Campania ha recentemente approvato la legge “Norme in materia di agricoltura sociale e disciplina delle fattorie e degli orti sociali”, mentre sono all’esame della commissione Agricoltura del Consiglio regionale del Lazio due proposte di legge: la numero 196 del 27 aprile 2011, “Disposizioni in materia di agricoltura sociale per le fasce di età più deboli” e la numero 197 dello stesso giorno, “Norme in materia di agricoltura sociale”. Pur in un quadro certamente positivo a grandi linee, si confermano quei nodi che anche l’agricoltura tradizionale ben conosce: dall’accesso al credito alle agevolazioni fiscali e contributive fino agli appesantimenti burocratici.

PER SAPERNE DI PIU’ – Soprattutto nell’ultimo decennio la produzione di libri riguardanti i diversi aspetti dell’agricoltura sociale è letteralmente esplosa. L’Inea (tel. 06-478561), in particolare, offre una serie di testi gratuiti di grande interesse. “Linee guida per progettare iniziative di agricoltura sociale” di Alfonso Pascale, presidente della Rete delle fattorie sociali, è stato realizzato nell’ambito del progetto Inea “Promozione della cultura contadina”, finanziato dal ministero delle Politiche agricole e coordinato da Francesca Giarè.

Nell’ambito di tale progetto, sono stati pubblicati altri volumi, tra cui “Vite contadine. Storie del mondo agricolo e rurale” (di Caggiano, Giarè, Vignali), che presenta una grande varietà di esperienze e di realtà che coniugano l’agricoltura in maniera diversa dal passato e indicano innovazioni che, per taluni aspetti, rappresentano una rielaborazione consapevole di modalità e attitudini che un tempo caratterizzavano l’agricoltura degli anni addietro.

La pubblicazione non offre dati statistici ma storie di vita, immagini che permettono di definire tanti modi di fare agricoltura oggi e di vivere il territorio, le relazioni, il contesto rurale. La pubblicazione “Mondi agricoli e rurali. Proposte di riflessione sui cambiamenti sociali e culturali”, sempre frutto del progetto finanziato dal ministero, raccoglie i seguenti saggi: “Il capitale sociale e umano e lo sviluppo rurale. Alcune riflessioni” di Francesca Giarè; “Le campagne urbane e le nuove forme dell’abitare” di Maurizio Di Mario e Alfonso Pascale; “La legalità in agricoltura: la confisca dei terreni” di Elisa Ascione e Manuela Scornaienghi; “Tra lavoro e non lavoro. L’agricoltura dentro e fuori le mura del carcere” di Francesca Giarè; “Contesti rurali e benessere individuale” di Maria Carmela Macrì; “Contadini di città” di Adalgisa Rubino e Manuela Scornaienghi; “Tutti giù per terra: verso un’ecologia della mente” di Monica Caggiano; “Gli immigrati nella società e nell’agricoltura italiana” di Monica Caggiano; “Cultivar e razze autoctone delle aree rurali: tradizione e innovazione nella conservazione e nell’uso” di Sabrina Giuca.

Un saggio sull’agricoltura sociale, sempre a firma di Alfonso Pascale, è contenuto nel volume “La Costituzione italiana e l’agricoltura”, che raccoglie gli atti del convegno organizzato dall’Inea a Roma il 19 febbraio 2009. Sempre l’Inea ha pubblicato “L’agricoltura sociale nelle politiche pubbliche” di Roberto Finuola e Alfonso Pascale, quaderno della Rete nazionale dello sviluppo rurale (maggio 2008). Più recente il libro “I buoni frutti: viaggio nell’Italia della nuova agricoltura civica, etica e responsabile”, edito da Agra editrice a fine 2011. Si tratta del resoconto di un viaggio in Italia iniziato il 28 agosto e terminato il 25 settembre, dal Trentino alla Sicilia, che raccoglie circa quaranta storie di chi ha scelto di investire in agricoltura senza trascurare il “valore di legame” con le proprie comunità di appartenenza. Gli autori Angela Galasso, Francesca Durastanti, Giuseppe Orefice, Margherita Rizzuto e Silvia Paolini, sono cinque tecnici che da anni si occupano di agricoltura civica e di didattica in ambito rurale su tutto il territorio nazionale. Tante storie: dagli agrumicoltori di Ribera (Agrigento) che hanno realizzato il sogno di poter rimanere in Sicilia e attraverso il web riuscire a veicolare le loro arance, o “Madrenatura”, azienda campana, che ha fatto della vendita diretta “responsabile” la propria bandiera e la chiave del proprio successo. Poi l’agrinido “Piccoli frutti” di Cremona, inaugurato a settembre 2011, o la giovane cooperativa piemontese “AgriCooPecetto” che promuove progetti formativi e inserimenti lavorativi di persone disabili.

O ancora l’associazione “Il giardino di Filippo” che realizza attività didattiche e riabilitative in un’azienda agricola utilizzando il contesto agricolo ed il cavallo. Racconta in proposito Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria presso l’Università di Bologna: “Il viaggio che ha portato a questo libro – che è stato un po’ anche il mio idealmente – credo abbia dimostrato che le nostre azioni, anche se piccole, possono portare a un mondo nuovo. Dobbiamo solo credere nel nostro ruolo di individui attivi nella società, fuggendo dalla passività e dal vuoto che ci circonda. Basta poco. Sarebbe sufficiente rinnegare la pervasiva cultura del consumo e del rifiuto che genera lo spreco di cui siamo circondati: di cibo e altri beni, ma soprattutto di relazioni. Attraverso queste esperienze di agricoltura civica – continua Segrè - è possibile far vedere e riconoscere nuovamente il valore di legame, gli si ridà – appunto – valore, senza negare gli altri due – lo scambio e l’uso – in modo da rivoluzionare, veramente, il nostro sistema. La speranza è che altri copino da queste esperienze: esse ci fanno vedere che la relazione civile esiste ancora e dimostrano che è possibile rendere l’economia più efficiente e anche più civile, proprio a partire dall’agricoltura e dai suoi buoni frutti”.

Da segnalare anche un documentario sull'agricoltura sociale realizzato dalla Rai nel 2011. Si chiama “La buona terra. Esperienze di agricoltura sociale in Italia” ed è stato prodotto dal segretariato sociale della Rai in collaborazione con l'Università della Tuscia. Più datato un altro documentario di 22 minuti, firmato dal regista sardo Ignazio Figus, intitolato “Giuseppe, pastore di periferia” (Condivisioni, 2004), sull’ultimo pastore di Nuoro città. Altri utili riferimenti bibliografici: “Lo sviluppo sociale nelle aree rurali” di Francesco Di Iacovo (Franco Angeli, Milano, 2003); “L’impresa meticcia. Riflessioni su no-profit ed economia di mercato” di Gianluca Alleruzzo (Erickson, Trento, 2004); “Il ‘68 delle campagne” di Alfonso Pascale (Rce Edizioni, Napoli, 2004); “L’economia della solidarietà. Storia e prospettive della cooperazione sociale” di Borzaga-Ianes (Donzelli, 2006); “Le nuove frontiere della multifunzionalità: l’agricoltura sociale” (atti del convegno di Ripatransone del 17 novembre 2006, Alpa); “Ippoterapia. Istruzioni per l’uso” di Angelici-Marino (Equitare Editrice, Lesa, 2006); “Il giardino che cura” di Cristina Borghi (Giunti, Firenze, 2007); “Agricoltura sociale e agricoltura di comunità” di Marco Noveri (Arsia, Firenze, 2007); “Agricoltura biologica e sociale. Strumento del welfare partecipato” di Anna Ciaperoni (Aiab, Roma, 2008); “L’agricoltura sociale in Italia. Un’indagine sulle cooperative sociali che operano in agricoltura di Fabio Belano (tesi di laurea presso la facoltà di Agraria di Viterbo, 2008); “L’asino che cura. Prospettive di opoterapia” di Patrizia Reinger Cantiello (Carocci, Roma, 2009); “Farm City, l’educazione di una contadina urbana” di Novella Carpenter (Slow Food, 2011).