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Dal suino intermedio nuove chance per il rilancio del settore

06/06/2011 | Realtà locali
Una chance che per alcuni allevatori suinicoli potrebbe rappresentare la via di uscita dalla crisi che da alcuni anni ha mandato in forte sofferenza il settore.

CREMONA – Una chance che per alcuni allevatori suinicoli potrebbe rappresentare la via di uscita dalla crisi che da alcuni anni ha mandato in forte sofferenza il settore. Una chance che si chiama suino intermedio e che sta già interessando un importante stabilimento di macellazione, la Italcarni di Carpi (Modena) e alcune aziende suinicole, tant’è vero che la programmazione elaborata per quest’anno prevede la macellazione di circa 70mila suini, che diventeranno più di 200mila nel 2012 per arrivare a 450mila nel 2013.

Il peso di macellazione del suino intermedio oscilla intorno ai 130 chili, ben al di sotto di quei 17 chili richiesti per la produzione dei salumi del circuito tutelato, Prosciutto di Parma e di San Daniele in testa. Il progetto, iniziato alcuni mesi fa, va dunque avanti e ai numerosi incontri organizzati per illustrare agli allevatori modalità e caratteristiche di questo tipo di allevamento il pubblico partecipa sempre numeroso. “L’interesse è notevole – afferma Moritz Pignatti, direttore operativo di Italcarni – e giustifica una serie di aspettative da parte del mondo produttivo più che comprensibili. E’ evidente però che ai suinicoltori interessati a percorrere questa strada viene richiesto un vero e proprio salto culturale, perché chi deciderà di impegnarsi nella produzione di un suino intermedio non potrà parallelamente mandare avanti quella del suino pesante. La scelta dovrà quindi essere ponderata e rispondere a quel concetto di specializzazione che sta diventando una variabile sempre più importante”.

Di suino intermedio, a dire il vero, si parla da tempo, ma è solo negli ultimi tempi che alle parole sono seguiti i primi esperimenti concreti. Da tempo infatti Italcarni insegue l’opportunità di immettere sul mercato nazionale un prodotto destinato al consumo fresco che si differenzi, in meglio, rispetto a quanto viene importato, con l’obiettivo di ridurre considerevolmente la quota di quel 40% che oggi arriva dall’estero. Dal mondo produttivo intenzionato a giocare questa carta le voci declinano al positivo. “In base ad alcuni sondaggi effettuati di recente – spiega Marco Lunati, consigliere nazionale dell’Anas (Associazione Nazionale Allevatori Suini) – per l’acquisto di un prodotto fresco italiano i consumatori sarebbero disposti a spendere anche il 10% in più. Considerato il periodo di crisi economica che stiamo vivendo si tratta di un dato su cui riflettere. E’ evidente che la produzione di un suino del peso di 130-135 kg per noi allevatori si tradurrebbe in una considerevole diminuzione dei costi di produzione legati soprattutto all’alimentazione. Inoltre ridurrebbe anche il carico di azoto escreto, il che avrebbe effetti positivi sullo smaltimento dei reflui; senza dimenticare la resa alimentare che una razione più proteica, quale quella che verrebbe fornita a un animale destinato a questo circuito produttivo, potrebbe garantire: 35% rispetto al 28% di un suino pesante”.

La suinicoltura italiana si trova dunque a un bivio, perché la situazione di crisi degli ultimi anni sta mettendo veramente a repentaglio la vita del settore, e si pensi all’enorme patrimonio agricolo e agroalimentare che attualmente si trova a rischio. A Italpig, il Salone della suinicoltura italiana che si svolgerà a Cremona dal 27 al 30 ottobre 2011, gli operatori della filiera avranno la possibilità di confrontarsi sui temi più attuali del settore con l’obiettivo di trovare risposte concrete per il rilancio del comparto.