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L’acqua pubblica: una riflessione su un bene complesso e su un modello di società.

25/05/2011 | Ambiente
Il 12 e 13 giugno 2011, i cittadini italiani saranno chiamati a decidere, su quattro quesiti tra i quali, tre in particolare, sembrano imporsi come i più sentiti

Il 12 e 13 giugno i cittadini italiani saranno chiamati a decidere, attraverso lo strumento referendario, su quattro quesiti tra i quali, per impatto e rilevanza sull’opinione pubblica, tre in particolare, sembrano imporsi come i più sentiti. I quesiti in questione sono rispettivamente riferiti all’abrogazione della norma che prevede la “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”, dell’art. 23 bis della legge 133/2008 che prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate e della norma che, sostanzialmente, riafferma la possibilità di realizzare “nel territorio nazionale […] impianti di energia nucleare”.

In questa breve riflessione ci occuperemo principalmente del primo dei tre, pur tenendo sempre in considerazione che l’analogia tra essi non è solo relativa all’impatto emotivo che sembrerebbero avere generato quanto anche al riferimento a una comune materia di giurisdizione quale l’ambiente e l’utilizzo che di esso viene fatto per garantire sostenibilità alle nostre società. In questa prima fase della argomentazione ci atterremo in modo analitico al testo di legge e alla conseguente richiesta referendaria di abrogazione del medesimo. La determinazione della tariffa in base a una adeguata remunerazione del capitale prevede, in prima istanza, l’applicazione di un principio di mercato nei confronti di un bene determinato, in questo caso il “servizio idrico integrato”.

La natura del capitale investito non è specificata e dal momento che un capitale investito non è necessariamente privato il punto fondamentale del quesito non risulta essere tanto l’alienazione totale ai privati del servizio quanto i meccanismi della sua gestione, anche perché è il secondo quesito sul’acqua che, abolendo l’articolo 23 bis, elimina la possibilità che i comuni possano dismettere quote nelle società di gestione a favore di soci privati. L’adozione olistica del termine “privatizzazione” in questo caso potrebbe essere fuorviante anche se non è affatto errata. Va ricordata la differenza tra modelli parziali e integrali di privatizzazione, soprattutto perché sono i primi a rappresentare la via privilegiata attraverso cui, almeno negli ultimi venti anni, le istituzioni statali, e il capitale pubblico che esse gestiscono, hanno cercato di individuare nel capitale privato, soprattutto nelle istituzioni decentrate, un alleato per sostenere una visione concertativa del potere piuttosto che un nuovo “signore” cui sottomettersi. Il quesito, letteralmente, ci invita a scegliere tra una gestione del servizio idrico in cui, indipendentemente dalla natura del capitale investito, il principio di remunerazione e quindi del profitto venga garantito e una gestione in cui la centralità del servizio non stia tanto nella remunerazione quanto nel suo ruolo sociale indipendentemente dall’utile che se ne ricava.

Fatte queste premesse doverose, la domanda più evidente su cui siamo chiamati a esprimere pubblicamente il nostro voto è se sia giusta o meno l’applicazione di un principio mercantile a un bene fondamentale per la nostra riproduzione in quanto esseri viventi, quale l’acqua. Proviamo a delineare alcuni scenari fattuali. Una applicazione reale del principio mercantile all’utilizzo dell’acqua comporterebbe, in un caso estremo, la non disponibilità di quello che qui viene chiamato “servizio idrico integrato” e del bene in questione per le fasce di popolazione non in grado di garantirne una remunerazione. Una eventualità più reale è che la garanzia del principio di remunerazione comporti un innalzamento dei costi del servizio e, di conseguenza, una tassazione maggiore sulle stesse fasce di popolazione a patto che il gestore del servizio non decida di rispondere al principio di remunerazione facendo ricorso alle proprie finanze. Nel caso in cui il capitale investito sia di natura esclusivamente pubblica e il suo gestore fosse esclusivamente lo Stato attraverso le istituzioni di cui si compone, la scelta del ripianamento di eventuali buchi di bilancio è tutta politica; nel caso in cui il capitale investito sia parzialmente o integralmente privato, poiché non avrebbe senso per un investitore privato cercare la remunerazione pagando per gli “inadempienti”, l’esito è necessariamente quello di un trasferimento di reddito verso il soggetto privato. Se da un punto di vista analitico questi sono gli scenari principali che si prospettano a fronte di una introduzione del principio di remunerazione, da un punto di vista meno schematico, il processo politico che ha portato a produrre questa norma che si richiede di abrogare nasce secondo l’intenzione di allargare anche a partner privati la gestione del servizio.

Questa intenzione si radica anche essa in un senso comune determinato e che riconosce principalmente all’imprenditoria privata quella capacità di agire con efficienza rispetto a un intervento statale destinato a risolversi in mera quanto spesso ingiustificata assistenza in assenza di un innesto di una logica privata. Come conferma l’articolo 23 bis della legge 133/2008, su cui siamo chiamati ad esprimerci con il secondo quesito sull’acqua, l’intervento legislativo ha l’intenzione di introdurre dei soggetti privati nella gestione del bene. Il rischio concreto è che l’estensione del principio concertativo in luogo di rendere più efficiente il servizio idrico contribuisca invece a irrobustire una nuova concentrazione mista di poteri tra soggetto statale e soggetti privati nella congiunta gestione di un bene comune. Una concertazione siffatta attribuirebbe al soggetto misto di gestione un potere di controllo politico ed economico su un bene fondamentale, delegando il cittadino nella condizione di cliente del servizio e menomandone gli spazi di libertà attiva. I principi che, crediamo, informino la volontà politica di “privatizzare l’acqua” rimandano, quindi, sia al tentativo di mantenere un controllo istituzionale su un bene sia di allargare quell’esigenza di controllo a una logica del profitto tesa a incentivare un trasferimento di ricchezza dai soggetti non proprietari del bene ai soggetti gestori e/o proprietari. Il rischio insito nel dettato legislativo è che esso possa servire come grimaldello per irrobustire, ancora di più, posizioni di potere consolidate a discapito dell’autonomia e della libertà concreta della grande maggioranza della popolazione.

La possibilità che questo potere di controllo si estenda sottende un modello di società ormai post-democratico o in cui la democrazia è diventata prevalentemente una retorica, mentre la gestione reale delle ricchezze e delle risorse è prevalentemente alienata verso istituzioni non rappresentative creando un gravoso problema di legittimità delle scelte politiche. Si confrontano così due modelli di società: nel primo il principio centrale del profitto e del controllo opera per realizzare una separazione, una sorta di apartheid morbido, in base alla condizione sociale non ritenendo prioritario che la disponibilità universale dei beni comuni fondamentali, tra cui l’acqua, sia il fine che una società complessa deve porsi, e subordinando questa istanza sia al mercato sia al controllo verticale dello Stato; nel secondo è centrale la piena disponibilità dei beni fondamentali come unica condizione di possibilità per garantire all’uomo di sviluppare appieno il suo potenziale di soggetto relativamente libero.

Le radici teoriche del secondo modello di società sono particolarmente robuste e qui potremo ripercorrerle solo rapidamente e con una certa approssimazione. L’idea che l’essere umano vada inteso come un fine, ossia come un soggetto le cui potenzialità vanno sostenute affinché esso possa contribuire attivamente a rendere migliore, oltre che se stesso, anche l’ambiente di vita in cui si ritrova ad agire, può essere individuata nelle tre formule dell’imperativo categorico kantiano e non è certo estranea, anzi, al pensiero marxista. In età a noi contemporanea, la centralità dei beni comuni e la visione dell’uomo come potenza da fare maturare secondo esigenze e beni fondamentali di cui assicurare la disponibilità è, inoltre, fondante nella riflessione di una neo-aristotelica come Martha Nussbaum, che ha anche provato a definire sinteticamente quali fossero le capacità e i beni connessi da garantire affinché ogni essere umano potesse svilupparsi secondo le proprie disposizioni. In questo modello di società il fatto che l’uomo sia pensato prima di tutto come un progetto ne declina al futuro i caratteri e pone meno fiducia nei rapporti di forza storicamente consolidati, prefigurandone semmai la possibilità del superamento.

La cifra caratteristica di questo modello teorico è l’ottimismo riguardo le capacità umane e la loro diffusione tra tutti gli individui che vanno sostenuti affinché possano raggiungere un processo di emancipazione. Il primo modello di società, invece, si fonda su un più radicale pessimismo antropologico che separa gli individui secondo una rigida distinzione tra sistema dirigente e soggetti diretti. La libertà qui intesa ha carattere prevalentemente reattivo e/o negativo presentandosi come un’elargizione verticale, né la politica assume in questo caso il compito della trasformazione del mondo intesa come inversione dei rapporti di forza, ma assume prevalentemente una funzione amministratrice. Sarebbe fuorviante cercare un riferimento teorico per questa visione della politica solo ed esclusivamente nel liberismo e, ancor meno, nelle teorie anarco-capitaliste, a là Robert Nozick tanto per intenderci, poiché queste ultime sono, con diversi accenti, fondate sulla centralità assoluta del mercato come elemento capace di decostruire il potere di controllo delle istituzioni centrali.

Questo modello di società trova, semmai, proprio nella forma storica dello “Stato” la sua realizzazione più completa ed è per questa ragione se in questa riflessione abbiamo voluto soffermarci sui limiti di una contrapposizione tra Stato e privato che va riformulata, anche perché non necessariamente pubblico e statale sono due termini sinonimi risultando, semmai, spesso due istanze contrapposte. La finta contrapposizione fra Stato e privato è uno tra i tanti equivoci che, anche a partire da questo referendum, possiamo essere chiamati a risolvere e che spesso non sono stati tematizzati adeguatamente per assenza di spazi pubblici di discussione per precisa volontà, appunto, di una istituzione statale non neutrale e interessata a sostenere una forma passiva di cittadinanza per avallare una visione post-democratica della politica.

Per chi pone credito al primo modello di integrazione qui descritto, votare sì equivale ad affermare, oltre le mediazioni di comodo, la natura pubblica e inalienabile di un bene che, fra l’altro, si riproduce da sé e va salvaguardato in questo suo ciclo riproduttivo piuttosto che recintato dentro costruzioni legislative bizantine. Votare sì significa affermare che l’acqua è un bene la cui gestione è dello Stato per delega dei suoi cittadini e che questi ultimi sono chiamati a controllarne l’azione nella funzione di gestore se esso, come spesso accade, è inadempiente o inefficiente nella amministrazione di un bene pubblico. Votare sì comporta ribadire che le pubbliche amministrazioni, nell’agire nel rispetto del principio di imparzialità e buon andamento di cui all’art. 97 della Costituzione perseguono un fine pubblico, che è quello della massima soddisfazione degli interessi pubblici e del bilanciamento tra questi in caso di dialettica o conflitto, ponendo fiducia nel fatto che amministrazioni pubbliche trasparenti, efficienti e controllate dai cittadini secondo un circuito democratico agiranno per perseguire l’interesse pubblico prevalente, contemperandolo, nel modo che ritengono più opportuno, con altri interessi concorrenti, pubblici o privati.

Votare, a prescindere dal risultato, significa rendersi protagonisti delle scelte che direttamente coinvolgono la nostra condizione di cittadini attivi e promuovere una visione maggiormente partecipata e diretta della democrazia che, a fronte di cambiamenti epocali nei modelli di comunicazione come quelli rappresentati dalla estensione delle reti telematiche, può ancora essere un potenziale futuro delle società complesse e non più l’utopia di qualche lontano, ma quanto lungimirante, pensatore.

 

* L'autore ritiene doveroso ringraziare il dott. Dario Bevilacqua per il suo prezioso commento alla prima stesura del testo