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La privatizzazione dei servizi idrici in Italia

25/05/2011 | Ambiente
La privatizzazione dei servizi idrici in Italia è regolata dal cosiddetto “decreto Ronchi”, un provvedimento del 2009

La privatizzazione dei servizi idrici in Italia è regolata dal cosiddetto “decreto Ronchi”, un provvedimento del 2009 noto per il nome dell’ex ministro per le politiche comunitarie Andrea Ronchi (non si deve confondere con un altro “decreto Ronchi”, quello sul ciclo dei rifiuti, che è invece del 1997 e fu promosso dall’allora ministro dell’ambiente Edoardo Ronchi).

La nuova normativa è stata oggetto sin da subito di una forte polemica, soprattutto perchè il Governo l’ha presentata come una necessaria applicazione di princìpi e politiche richieste dall’Unione Europea. Sul sito web del Dipartimento delle Politiche Comunitarie sono stati raccolti tutti gli argomenti a difesa del provvedimento, sostenendo che con la riforma si vuole un approccio flessibile e non dogmatico.

In tema di liberalizzazione, gli enti locali devono verificare prima di tutto la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali e che alla luce delle esperienze maturate è però inaccettabile sostenere che l'acqua debba essere gestita da un monopolio pubblico. Questo perché troppo spesso i monopoli hanno generato diseconomie di scala e si sono tramutati in carrozzoni, diventando fonte inesauribile di sprechi. La stella polare di questa riforma è il servizio fornito al cittadino. Il discrimine, quindi, non è la scelta tra pubblico e privato ma piuttosto la possibilità di un vero confronto competitivo tra più candidati gestori. La tesi ministeriale suscita però più di una perplessità. Non è evidente uno stringente rapporto di causa-effetto tra normativa europea e privatizzazione dell’acqua. Infatti, nel testo succitato si tende piuttosto ad esaltare delle valutazioni di ordine pratico, in nome della tesi che il servizio pubblico è sempre e comunque peggiore di quello privato. Si può premettere che le direttive comunitarie non sono le Tavole della Legge, ma piuttosto il risultato di decisioni politiche che coinvolgono la Commissione e il Parlamento europei, e quindi discutibili e riformabili nè più nè meno delle leggi a livello nazionale; ma in ogni caso non risulta nelle direttive comunitarie un vincolo per la privatizzazione dell’acqua: non, per esempio, nelle due direttive storiche sui servizi (92/50 e 93/38). Neppure nella cosiddetta direttiva “Bolkestein”, che del resto dopo il durissimo scontro a Strasburgo tra gruppo socialista e gruppo liberale, mediato dai popolari, non riflette più l’originario spirito del presentatore, il liberale olandese Bolkestein. In tutte queste direttive, proprio l’acqua appare piuttosto rientrare nel novero dei servizi da sottoporre ad eccezione, in nome di un prevalente interesse pubblico.

Proprio nell’articolo 15 del decreto Ronchi, pur intitolato “Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica” non si ritrova, del resto, un chiaro riferimento a eventuali normative comunitarie proprio per quanto riguarda l’acqua. Alla fine, le principali ragioni della scelta governativa, a parte alcune preoccupazioni di incorrere in procedure d’infrazione nei meccanismi d’assegnazione delle concessioni, sono tutte ragioni di merito, sintetizzabili nella convinzione che la gestione privata sia in grado di portare efficienza, e di consentire la disponibilità di capitali che al pubblico non sono accessibili. Convinzioni spesso non confortate dall’esperienza, laddove il gestore privato si rivela, in effetti, poco disposto a investire e poco interessato a mettere in discussione I suoi utili su breve termine.

Link

http://www.politichecomunitarie.it/comunicazione/17284/#1

http://carlovulpio.wordpress.com/2009/11/21/acqua-bugia-europea-e-porcata-italiana/

Autore: Luca Cefisi