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Le ragioni di un’emergenza planetaria

25/05/2011 | Ambiente
Tante sono le persone nel mondo che non hanno pieno accesso all’acqua potabile. Cioè sono al di sotto della soglia minima di sopravvivenza, pari a cinquecento/mille metri cubi pro capite l’anno.

Un miliardo e seicento milioni. Tante sono le persone nel mondo che non hanno pieno accesso all’acqua potabile. Cioè sono al di sotto della soglia minima di sopravvivenza, pari a cinquecento/mille metri cubi pro capite l’anno.

Un altro miliardo di individui non ha accesso nemmeno ai servizi igienico-sanitari di base. E cinque milioni di persone – di cui quasi due milioni di bambini - muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua. Dati, supportati da varie ricerche internazionali, che sono drammaticamente in crescita.

Entro il 2025, secondo diversi studi (tra cui quello del World Water Forum), il numero di persone che non avranno accesso alla risorsa più preziosa saliranno a tre miliardi e mezzo, generando una crisi idrica di proporzioni gigantesche. E’ un quadro drammatico e devastante quello legato alla carenza del liquido più prezioso al mondo, non a caso definito “oro blu”. Investe non soltanto i Paesi del Terzo mondo (in particolare Africa subsahariana, Medio Oriente e Asia), ma anche quelli più avanzati. Di fatto dall’America all’Asia, dall’Africa all’Europa, nessun luogo è esente dalla crisi idrica.

LA GEOGRAFIA – Non è difficile elencare i Paesi dove la situazione idrica rappresenta una vera e propria emergenza umanitaria. Per farlo è sufficiente individuare i territori dove operano i numerosi organismi internazionali che contribuiscono, nel loro piccolo, a contrastare tale situazione. Uno dei più importanti, il Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale), promotore della campagna pluriennale “Libera l’acqua” e di un approfondito dossier sull’argomento, interviene in quindici nazioni tra Africa (Camerun, Eritrea, Etiopia, Kenya, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Uganda), America latina (Argentina, Brasile El Salvador e Haiti) e Asia (Cambogia, Palestina, Sri Lanka). Iniziative che portano l’acqua nelle scuole, nei centri di salute, nei villaggi, con particolare attenzione alla protezione delle risorse idriche e alla formazione, in riferimento agli aspetti sanitari, igienici, ambientali e di depurazione. Perché l’emergenza idrica, come evidenzia anche l’Ierpe, l’Institut européen de recherche sur la politique de l’eau, uno dei più qualificati organismi a livello internazionale, “non è un problema di penuria fisica, bensì economica”. In sostanza, uno dei principali motivi del mancato accesso per miliardi di persone all’acqua non è la carenza di tale risorsa nelle regioni dove abitano, ma la povertà.

Cioè l’impossibilità di accedere alle tecnologie che permetterebbero di disporre di questo bene. Il rapporto del “World's Cities”, pur nel quadro dell’accentuarsi del problema, evidenzia proprio alcuni progressi compiuti grazie agli interventi internazionali. Tra il 2000 e il 2010, 227 milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo hanno migliorato la propria condizione nei riguardi della risorsa idrica e dei servizi igienico-sanitari. Tuttavia questi risultati non sono stati raggiunti in modo uniforme: i progressi si registrano soprattutto in Paesi più avanzati nella strada dello sviluppo, mentre soprattutto tra gli abitanti delle baraccopoli il fenomeno continua ad aggravarsi. Insomma, la geografia rivela soprattutto un’incongruenza: il 12% della popolazione mondiale usa l’85% del bene più prezioso del pianeta. Il consumo idrico divide il mondo tra superfluo e necessario: tra chi consuma enormemente acqua soprattutto per soddisfare gli sprechi (non rendendosi conto grave impatto sull’ambiente) e chi non riesce a soddisfare il fabbisogno vitale. E’ una situazione frutto del cosiddetto “paradoxe de l’eau”, il “paradosso dell’acqua”: il prezioso liquido è una risorsa vitale, molto presente (il 70% della superficie mondiale è coperta d’acqua, ma il 97,5% è salata e solo il 2,5% è potabile), ma fatalmente esauribile. E noi continuiamo a sprecarla.

Secondo i dati del Consiglio mondiale dell’acqua, le riserve per abitante erano di 16.800 metri cubi nel 1950, scese a 7.300 nel 2000, a 4.800 nel 2005. “Senza acqua non c’è dignità e non vi è via d'uscita dalla povertà – è stata la frase-manifesto espressa dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon nel suo messaggio per una delle ultime giornate mondiali dell'acqua promosse dalle Nazioni Unite. Il segretario dell’Onu ha evidenziato l’ennesimo aspetto del problema: se l’urbanizzazione offre opportunità per una gestione più efficiente e un migliore accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici (oggi una persona su due nel mondo vive in una città e il tasso di urbanizzazione è in continua crescita), nel contempo nelle metropoli i problemi stanno attualmente superando la capacità di trovare soluzioni. Negli ultimi dieci anni il numero dei cittadini che non hanno accesso ad un rubinetto in casa o nelle immediate vicinanze è aumentato di circa 114 milioni. E quello di coloro che non hanno accesso ai servizi sanitari di base è aumentato di 134 milioni. Con impatti estremamente negativi sulla salute umana. Va tenuto presente che il 93% dell’urbanizzazione si sta registrando in Paesi poveri o in via di sviluppo e nel 40% dei casi a crescere sono le baraccopoli. Il Brasile, ad esempio, presenta una contraddizione: nonostante sia molto ricco d’acqua, detenendo l’11% delle risorse idriche dolci dell’intero pianeta, ha 45 milioni di abitanti senza accesso diretto all’acqua potabile. La città indiana di Cherrapunji, 10mila abitanti, è esemplare di questo paradosso: ha il primato mondiale di piovosità, ma dai rubinetti escono solo poche gocce, mancando le infrastrutture. Nell’Africa meridionale un’agricoltura arretrata determina l’assorbimento del 60% delle risorse idriche del territorio, privando 15 milioni di persone dell’accesso all’acqua potabile. Al di là dei Paesi più poveri, dove la carenza idrica rappresenta un’emergenza con risvolti drammatici, anche il mondo occidentale è investito dal problema, seppur ovviamente in forme meno intense. In Italia, per fare l’esempio di un Paese industrializzato, almeno quindici milioni di persone, soprattutto al Sud e nelle isole, non hanno accesso regolare e sufficiente all’acqua potabile, pari al 25% della popolazione. Nonostante il servizio di acquedotto raggiunga il 95,9% della popolazione (con una rete totale di 337.452 chilometri), le fognature coprano l’84,7% (con una rete totale di 164.473 chilometri) e la depurazione arrivi al 70,4%. I nodi riguardano la mancanza di investimenti sia per le tecnologie necessarie a rendere buona da bere tanta acqua a disposizione sia soprattutto per far fronte alla cattiva manutenzione. I dati del rapporto “Blue Book”, edizione 2009 (realizzato da Utilitatis, centro di ricerca sui servizi pubblici) quantizzano a 60,52 miliardi di euro il fabbisogno di investimenti in trent’anni (2,02 miliardi medi all’anno).

Di questi il 49,7% dovrebbero andare al comparto acquedottistico (sia per manutenzione sia per nuove reti ed impianti), il 48,3% a fognature e depurazione. Il paradosso è che mentre il 36% del territorio siciliano è desertificato, oltre 95 milioni di litri di acqua vengono utilizzati ogni anno per l’innevamento artificiale dei campi da sci. E mentre la Sardegna soffre la penuria, un’altra buona quota finisce nei campi da golf. In Europa la percentuale di chi non ha accesso regolare tocca il 16%, investendo soprattutto i Paesi mediterranei (dove i consumi d’acqua sono raddoppiati negli ultimi cinquant’anni e continuano a crescere), come evidenzia il documento “Water resources across Europe - confronting water scarcity and drought” (“Risorse idriche in Europa – affrontare il problema della carenza idrica e della siccità”) dell’Agenzia europea dell’ambiente. Il testo rileva come il problema si accentui anche nell’area settentrionale del vecchio continente. Indicative le percentuali d’uso: il 44% dell’acqua estratta in Europa viene utilizzato per la produzione di energia, il 24% per l’agricoltura (nel Sud Europa si raggiunge il 60%), il 21% per l’approvvigionamento idrico pubblico e l’11% per l’industria. Tuttavia questi dati mascherano notevoli differenze nell’utilizzo settoriale di acqua nell’intero continente. Negli Stati Uniti si stanno esaurendo le falde acquifere del Midwest e delle Grandi Pianure a causa dell’acqua impiegata per la coltivazione di cereali destinati all’alimentazione animale. In sostanza viene attinta acqua a un ritmo superiore alla capacità di rigenerazione. Il vero nodo di questa condizione planetaria è negli squilibri. Se uno statunitense utilizza 425 litri d’acqua al giorno, uno svizzero 402, uno svedese 350, un norvegese 300, un italiano 293, un francese 211, uno spagnolo 217 e un tedesco 196, in Madagascar la disponibilità media giornaliera pro capite non supera i 10 litri. Un bambino nato in un Paese industrializzato consuma acqua da trenta a cinquanta volte più di un coetaneo di un Paese in via di sviluppo.

LE CAUSE – I motivi all’origine di questo scenario preoccupante sono molteplici. Vedono però le azioni dell’uomo quasi sempre sul banco degli imputati. Includono il cattivo uso, la devastazione ecologica, la deforestazione con la conseguente desertificazione, lo stress dei bacini idrografici, l’inquinamento (nei Paesi in via di sviluppo il 90% dell’acqua di scarico viene versata nei fiumi, con conseguenze anche sanitarie), la privatizzazione, la dispersione, l’eccessivo sfruttamento, i comportamenti individuali errati. Tra le ragioni naturali primeggia la diminuzione delle precipitazioni: nel 2009 circa il 20% in meno rispetto alle medie degli anni precedenti. Sprechi e penurie costituiscono però due facce della stessa medaglia. In Italia, ad esempio, si perdono dalle condutture 104 litri d’acqua per abitante al giorno, pari al 27% del liquido prelevato. Un’enormità. Ma anche la ripartizione dei consumi nelle case, è indicativa dello spreco: il 39% va per il bagno e la doccia, il 20% per i sanitari, il 12% per il bucato, il 10% per le stoviglie, il 6% per la cucina, il 6% per il giardino o per lavare l’auto, il 6% per altri usi.

E soltanto l’1% per bere. Del resto, al di là degli sprechi inclusi nelle tante indicative azioni che compiamo ogni giorno (oltre cento litri per lavarci, duecento per cucinare e lavare i piatti, ottocento per lavare un’auto, tre milioni di litri per il condizionamento di un palazzo di otto piani), va aggiunto che una famiglia media italiana di tre persone spende 250-300 euro all’anno di acqua minerale (rispetto all’1,50 euro che avrebbe speso bevendo dal rubinetto). E talvolta, ironia della sorte, le due acque vengono dalla stessa fonte. Lo sfruttamento di acqua minerale concorre all’impoverimento (e a danni ambientali prodotti soprattutto dal trasporto con Tir e alla plastica delle confezioni da smaltire). In Italia siamo ad oltre duecento fonti e al doppio dei marchi, pari ad un giro di due miliardi e mezzo di euro di sola gestione. I litri di acqua minerale consumata oltrepassano i tredici miliardi. Per consumo pro capite, siamo terzi al mondo, dopo Emirati Arabi e Messico (ma che hanno meno acqua). I consumi dal 1980 ad oggi sono aumentati di cinque volte. E con loro anche la produzione di acqua imbottigliata. Il fenomeno investe tutti i Paesi occidentali. Soltanto l’Europa consuma un terzo del totale di acqua imbottigliata (pur avendo solo il 6% della popolazione mondiale), mentre nel mondo si consumano 120 miliardi di litri di acqua minerale, con un mercato che vale circa 80 miliardi di dollari.

I DISSESTI NATURALI - I cambiamenti climatici in atto hanno rilevante influenza sulle ragioni di un’emergenza planetaria. Il riscaldamento della Terra determina molteplici fenomeni che portano alla riduzione di liquido disponibile. Innanzitutto si sta verificando l’innalzamento del livello medio degli oceani. La conseguenza più immediata sono le inondazioni e il dissesto di vaste aree del pianeta. Paesi come il Bangladesh, l’Egitto, le isole Fiji stanno già vivendo con apprensione il fenomeno. Anche nei Paesi Bassi si teme per la pressione delle dighe. In un futuro non molto lontano potrebbero sorgere problemi in città costiere, come Alessandria d’Egitto, Buenos Aires, Dhaka, Il Cairo, Lagos, Los Angeles, Mumbai, New York, Osaka, Rio de Janeiro, Shanghai, Tokyo. In Italia il fenomeno investe almeno 4.500 chilometri quadrati di aree costiere a rischio di inondazione (dati del ministero dell’Ambiente), accentuando problemi in città come Venezia o Trieste. Altro processo connesso al riscaldamento del pianeta è la riduzione dei ghiacciai. Il loro spessore, negli ultimi 35 anni, è diminuito del 35%. Si teme per i dieci milioni di abitanti di Lima, in Perù, le cui risorse idriche dipendono dal ghiacciaio Quecaya. Ma anche per molte popolazioni africane. Ennesimo fenomeno conseguente è la desertificazione. Riguarda ormai molte vaste aree del pianeta. Oltre a grandi territori africani e australiani, non ne sono esenti zone della Cina (ad esempio il deserto Taklimakan, che incrementa di 2.500 chilometri quadrati l’anno), del Messico nord-occidentale, di Stati Uniti sud-occidentali, di nazioni del Mediterraneo (compresa l’Italia meridionale). Il surriscaldamento determina anche una riduzione delle falde acquifere e l’impoverimento dei fiumi (in Europa, le acque di superficie forniscono l’81% del totale delle acque dolci estratte e rappresentano la fonte idrica principale per l’industria, l’energia e l’agricoltura), nonché l’eccessiva salinizzazione dei terreni, fino a rendere il suolo non più adatto alla coltivazione. L’aumento della temperatura implica altri sconvolgimenti che influiscono sugli ecosistemi, minacciando la sopravvivenza di molti organismi. Una specifica lista è gestita dalla World Conservation Union, organizzazione che si occupa di individuare programmi e iniziative per la conservazione della natura e della biodiversità.

L’AGRICOLTURA E L’INDUSTRIA - L’agricoltura e la zootecnia, orientate in molte aree della Terra verso impostazioni di tipo industriale, orientate a promuovere le monocolture, provocano principalmente due fenomeni negativi. Il primo è lo spreco di acqua per l’irrigazione. Mentre le zone irrigate sono raddoppiate dagli anni sessanta ad oggi, i metodi utilizzati non sono stati orientati, se non in qualche area, alla riduzione del consumo di risorse idriche. L’irrigazione in molti territori è continua, legata ad uno sfruttamento intensivo, e assorbe ingenti quantità di acqua. Per produrre una tonnellata di cereali, ad esempio, vengono impiegate mille tonnellate di acqua. Ma le quote d’acqua restano elevate anche per colture minime: servono attualmente 1.500 litri per produrre 1 chilo di grano, 4.500 litri per un chilo di riso. Il secondo fenomeno è l’inquinamento delle falde acquifere a causa dell’utilizzo scorretto di fertilizzanti e pesticidi.

Ma anche l’inquinamento dei corsi d’acqua attraverso gli scoli dei campi contenenti fertilizzanti chimici ricchi di fosfati e nitrati, pesticidi quali insetticidi e diserbanti (poco biodegradabili), e liquami provenienti dagli allevamenti. Uno dei processi conseguenti è l’eutrofizzazione, cioè l’arricchimento artificiale – soprattutto attraverso concimi, fosforo e azoto - di nutrienti in corsi d’acqua, laghi o nel mare. Talvolta sotto accusa sono le politiche comunitarie. Le sovvenzioni dell’Unione europea e dei governi nazionali hanno incoraggiato, per altri motivi, l’abbandono di colture meno bisognose di acqua (per esempio l’ulivo e gli agrumi), agevolando invece coltivazioni irrigue come il mais. Subordinando il problema dell’utilizzo di acqua ad esigenze di natura commerciale. L’inquinamento da uso industriale è anch’esso causato principalmente dall’insensato scarico di sostanze tossiche (tipo cianuro, cromo, cadmio) immesse nell’acqua. Con danni anche diretti per la salute dell'uomo e per la sopravvivenza di specie animali. Lo scarico in mare di acque usate per pulire i serbatoi delle petroliere e il grezzo fuoriuscito da petroliere danneggiate o naufragate causano inquinamento da idrocarburi, evidenziato da recenti fatti di cronaca. Altro fenomeno meno conosciuto è l’inquinamento termico, che si determina quando le industrie riversano tonnellate di acqua calda utilizzata per le lavorazioni. Tra le conseguenze dirette c’è la morte della flora batterica, utile nei processi di “autodepurazione” dell’acqua. Infine c’è il fenomeno delle piogge acide, cioè la contaminazione dell’acqua piovana da parte delle sostanze tossiche presenti nell’atmosfera. Sotto accusa anche l’industria elettrica, colpevole – secondo molti osservatori – di aver realizzato grandi dighe (ad esempio negli Stati Uniti, nell’ex Unione Sovietica, in Cina, in Giappone, in India) che hanno stravolto l’ambiente, procurato danni a corsi d’acqua e all’agricoltura della zona, realizzando invece pochi vantaggi effettivi (se non per i costruttori). Nel mondo ce ne sono oltre 50mila, che producono il 20% dell’elettricità globale.

LO STRESS DEI BACINI - Sul fronte dello stress dei bacini idrografici, un censimento del 2007 nell’ambito delle politiche comunitarie ha confermato uno stato di logorio generalizzato, rivelato dall’indice Wei, Water exploitation index. Se il valore di sfruttamento intorno al 20% indica già una risorsa sotto stress, l’isola di Cipro è al 45%, la Bulgaria al 38%, e valori elevati si registrano anche in Spagna (dove Andalusia e Segura, per esempio, toccano rispettivamente il 164% e il 127%), Macedonia e Malta. Il problema è soprattutto politico, in quanto manca un’autorità comunitaria che governi la politica dell'acqua a livello di bacino idrografico, ripartendo in modo sostenibile la risorsa per ogni uso.

LA DEMOCRAZIA – Il quadro della situazione attuale e delle cause fa emergere una realtà inconfutabile: l’acqua è un problema di democrazia. Su tale asserzione ruotano le qualificate e profetiche tesi dell’economista indiana Vandana Shiva, che nel libro “Le guerre dell’acqua” ha posto l’accento su come il liquido più naturale possa diventare il petrolio del futuro. Nel nome del quale si possano accendere conflitti. Anzi, secondo le Nazioni Unite, già esistono al mondo almeno una trentina di conflitti collegabili all'acqua, acutizzati dalla pressione demografica e dal progressivo depauperamento delle riserve idriche. Del resto nelle aree più aride la questione idrica ha da sempre alimentato ostilità, trasformando il controllo delle risorse in una strategia di potere. La progressiva crescita della privatizzazione dell’acqua - dai 12 milioni di individui riforniti da imprese private nel 1980 s’è arrivati a 300 milioni nel 2000 e si prevede un miliardo e 600 milioni nel 2015) potrebbe acuire il divario tra ricchi e poveri, in quanto soltanto chi potrà pagare avrà la possibilità di usufruire del servizio.

Citando un altro grande indiano, il Mahatma Gandhi, “la Terra è sufficiente per i bisogni di tutti, non per l’avidità di qualcuno”.