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La riforma della politica europea della pesca

08/02/2013 | Normativa
Il provvedimento intende recuperare 15 milioni di tonnellate dagli stock più sfruttati.

Recuperare entro il 2020 l’ammontare di 15 milioni di tonnellate di pesce dagli stock più sfruttati creando 37.000 nuovi posti di lavoro: è questo l’obiettivo della riforma della politica comune della pesca approvata dall’Assemblea europea a Strasburgo, per la quale si sprecano gli aggettivi, da “epocale”, a “storica” ad “ambiziosa”.

Per SlowFood, impegnata da anni nella campagna internazionale “Slow Fish”, che sostiene attraverso l’esempio concreto dei suoi presidi della pesca e delle comunità della rete tutte le misure che possono essere messe in campo a tutela della piccola pesca costiera, è un “risultato storico”, di sicuro si tratta di una svolta condivisa, visto il voto favorevole di 502 parlamentari europei contro 137 e 27 astensioni.

Per raggiungere questo risultato il Parlamento europeo chiede ad armatori e pescatori di sottostare a due decisioni radicali. In primo luogo, mettere fine alla pesca intensiva e pescare a partire dal 2015 l’equivalente di quanto lo stock di quella specie sia in grado di riprodurre. Quindi, di mettere fine allo “spreco” del pescato indesiderato già dal 2014, ossia di non scaricare nuovamente in mare quegli esemplari, di fatto già morti, non commerciabili per dimensioni o per specie.

Si tratta del 23% di catture inutili, un argomento che ha diviso gli eurodeputati italiani del Partito popolare da quelli dei Socialisti e Democratici, che hanno voluto giocare appieno la carta della sostenibilità del settore.

Agli Stati membri il Parlamento chiede invece di creare delle riserve di ricostituzione degli stock di pesce per garantire la conservazione e la riproduzione delle risorse acquatiche viventi e degli ecosistemi marini. Un capitolo particolarmente importante è rappresentato dalla sostenibilità sociale ed economica con cui il Parlamento vuole dare un pieno sostegno alla diversificazione delle attività integrative: dal turismo collegato alla pesca all’acquacoltura. Inoltre, si punta a coinvolgere pescatori e associazioni di categoria in un processo di regionalizzazione che porterà alla creazione di nuovi consigli consultivi regionali a partire da quello sull’acquacoltura.

Con questo voto la maggioranza dei parlamentari europei hanno voluto reagire ai dati sempre più preoccupanti sulla povertà delle risorse ittiche: oltre l’85% degli stock mondiali, infatti, sono stati utilizzati al limite delle loro soglie biologiche. I dati della Commissione europea poi, suggeriscono che più dell’80% degli stock ittici del Mediterraneo e il 47% di quelli dell’Atlantico sono soggetti a pesca intensiva.

Nell’industria di trasformazione ittica poi, l’occupazione è scesa del 6,5% e il settore dipende fortemente dalla importazioni. Il Parlamento ha dato risposte chiare per affrontare il problema, adesso la palla passa al Consiglio Ue, e sarà dura far passare una riforma che, per Slow Food, manca di una parte importante: “insieme alle misure contro l’overfishing - spiega Silvio Greco, presidente del Comitato scientifico di Slow Fish - chiediamo che si mettano in campo adeguate risorse economiche finalizzate al disinquinamento delle aree costiere. In tal senso - conclude - auspichiamo che la politica comune della pesca sia accompagnata da un’altrettanto efficace politica ambientale europea”.