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Il Rapporto Fao critica lo sperpero di cibo a livello globale

01/10/2013 | Agricoltura
L'importante studio per la prima volta si focalizza sulle conseguenze ambientali del problema.

E' stato presentato qualche giorno fa a Roma un nuovo ed importante Rapporto FAO sullo sperpero di cibo a livello globale che, per la prima volta, si focalizza sulle conseguenze ambientali del problema. Lo studio, dal titolo “The Food Wastage Footprint-Impacts on Natural Resources” (“L'impronta ecologica dello sperpero alimentare: impatto sulle risorse naturali”) mette in evidenza l'impatto devastante che le perdite alimentari hanno sull'ambiente e, in modo particolare, sul clima, sulle risorse idriche, sull'utilizzo del territorio e sulla biodiversità.

Il Rapporto FAO sottolinea come lo sperpero di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all'anno (che corrispondono ad un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo) genera non solo enormi costi economici, ma anche ambientali. I costi economici dello sperpero - che includono solo i costi diretti ed escludono dal conteggio pesci e frutti di mare - vengono quantificati in 750 miliardi di dollari all'anno. A questi elevati costi economici si aggiunge l'impatto devastante dello sperpero sulle risorse naturali del pianeta, quelle stesse risorse da cui dipende la sopravvivenza degli esseri umani.

Si calcola che ogni anno, sempre a livello globale, il cibo prodotto ma non consumato sperpera un volume d'acqua pari alla portata del fiume Volga; consuma 1,4 miliardi di ettari di terreno (il 30% circa della superficie agricola mondiale) ed immette in atmosfera 3,3 miliardi di tonnellate di gas effetto serra. Dallo studio FAO emerge che il 54% dello sperpero totale si verifica 'a monte', cioè durante le fasi di produzione, raccolto e primo immagazzinamento e, quindi, è 'perdita' alimentare, mentre il 46% dello sperpero avviene 'a valle', nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo e, quindi, ed è 'spreco'.

Le perdite alimentari, in generale, si concentrano nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, mentre gli sprechi alimentari sono una caratteristica dei paesi ad alto e medio reddito. Un interessante capitolo, inoltre, rende noto che più un prodotto 'va avanti' lungo la catena produttiva, maggiore è la sua impronta ambientale, poiché i costi ambientali che vengono sostenuti 'a valle' - durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo - vanno a sommarsi ai costi ambientali iniziali, quelli già avvenuti 'a monte' - durante la produzione e il raccolto.

Detto in parole povere: prima un alimento viene consumato rispetto alla catena produttiva, meglio è per tutto il pianeta. I dati sono impressionanti: mentre il volume dello sperpero di carne è, tutto sommato, relativamente basso, il settore genera un impatto ambientale elevato in termini di occupazione del suolo ed emissioni di carbonio, in particolare nei paesi ad alto reddito che, da soli, sono responsabili dell'67% di tutto lo sperpero di carne - e se a questi aggiungiamo l'America Latina si arriva all'80%.

Lo sperpero di cereali ha notevoli ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sull'uso delle risorse idriche e del suolo del continente asiatico. Ma è la produzione di riso, in modo particolare, a causare elevate emissioni di metano e sperpero alimentare nella regione. Lo sperpero di frutta contribuisce in modo significativo al consumo di acqua in Asia, America Latina ed Europa, mentre quello di verdura in Europa, Asia e Sud-est asiatico.