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Impianti di biogas: crescenti proteste dal mondo agricolo

01/02/2012 | Energia
Cresce il ricorso al biogas ma crescono anche i problemi: sottrazione di terreni agricoli, rincari dei prezzi dei terreni, alimentazione con colture ad hoc. E' la direzione giusta?

Continuano a spuntare come funghi gli impianti di biogas in tutta Italia, soprattutto al Nord, e parallelamente crescono le proteste del mondo agricolo.

“Nel maggio dello scorso anno abbiamo fatto un censimento a livello nazionale – spiega Sergio Piccinini, ricercatore del Crpa, il Centro ricerche produzioni animali di Reggio Emilia – e ai 500 impianti già realizzati e pienamente operativi se ne aggiungevano altri 150 in fase di realizzazione. Al momento, secondo una nostra stima, se ne contano altri 100-200 in costruzione che in totale porterebbero ad un numero oscillante tra i 700 e gli 800 impianti. Per non parlare dei progetti in cantiere che potrebbero partire non appena si sbloccherà la situazione sugli incentivi”.

Piccinini sfodera anche i numeri legati alla produzione di energia elettrica ottenuta da impianti di biogas: “A maggio 2011 dagli impianti alimentati solo con scarti agrozootecnici si arrivava a una produzione di 350 MW, che raddoppiava quando si consideravano anche le strutture alimentate con altri tipi di scarti. Una produzione comunque sottostimata rispetto a quello che è invece possibile ottenere – continua il ricercatore.

In attesa di “BioEnergy Italy”, il salone di Cremona che sicuramente ospiterà le fazioni contrapposte in materia, dal mondo agricolo si moltiplicano gli appelli soprattutto al ministro dell’Ambiente Corrado Clini perché intervenga in un settore che sembra sfuggire di mano. Gli oppositori sono tanti, distribuiti in tutta Italia, appartenenti a realtà davvero trasversali.

In Piemonte, ad esempio, è la federazione cuneese di “Sinistra ecologia e libertà” a promuovere manifestazioni per dire “no” al progetto di centrale a biogas che la società Biovis srl ha proposto di costruire all’interno di un’ex cava tra Cherasco e Bra, lungo la strada provinciale 661, in un’area di interesse naturalistico. Il progetto prevede la realizzazione di un impianto per la produzione di energia elettrica e termica, dalla potenza di oltre 600 kW, alimentato da gas derivato da biomasse agricole e reflui zootecnici provenienti da svariati centri del cuneese.

“Tale impianto – sui legge in un comunicato - seppur riferito a una fonte energetica ‘rinnovabile’, anziché risolvere un problema (lo smaltimento di deiezioni animali, la cui resa sul biogas prodotto è comunque molto bassa) rischia di crearne molti altri, sia per l’ubicazione che per il processo produttivo. In primo luogo, devono essere adeguatamente considerate le preoccupanti ricadute dell’aumento di traffico pesante legato al trasporto delle materie prime provenienti, come si è visto, da svariati Comuni del cuneese, spesso distanti anche decine di chilometri dalla sede dell’ipotizzato impianto.

Stiamo parlando di circa 2.500-2.700 viaggi all’anno di automezzi stipati di materie prime (tra cui i reflui animali) che dovrebbero percorrere la già inadeguata strada provinciale 661 con tutte le prevedibili ricadute sulla viabilità e sull’ambiente dell’intera area braidese e cheraschese”. Altre proteste si registrano in Trentino e in Veneto. Alle pendici del Grappa dovrebbe sorgere un impianto di trattamento delle deiezioni zootecniche (liquami animali). Numerosi agricoltori e allevatori della zona dicono no alla realizzazione dell’opera. Anche in questo caso si ribadisce la preoccupazione della sottrazione di ulteriori terreni all’agricoltura.

Il presidente di un sindacato locale non usa mezzi termini: “Se così sarà gli agricoltori scenderanno sulle barricate al fine di evitare l’ultimo colpo mortale ad una zootecnia già in grande difficoltà ma che oggi garantisce un equilibrio ambientale ed una cura particolare all’intera area Pedemontana”.

A Mirano, vicino Venezia, le manifestazioni contro una centrale biogas che dovrebbe sorgere in via Porara registrano adesioni sempre più massicce. Analoghe adesioni in Emilia-Romagna.

Nelle Marche opera un agguerrito comitato “Tutela salute e ambiente” che esprime in particolare la propria opposizione all’impianto di biogas a Castelbellino, in provincia di Ancona. A manifestare forti preoccupazioni sono anche le amministrazioni comunali, che stanno esprimendo attraverso delibere comunali e mozioni i propri timori rispetto al proliferare di impianti a biogas. Ad esempio, il Comune di Gussola, in provincia di Cremona, nella delibera “Alimenti in cambio di energia?”, a proposito del proliferare del biogas, scrive che “si rischia di stravolgere il delicato equilibrio agricolo-zootecnico-ambientale che ha caratterizzato, nei secoli, il nostro territorio, a vantaggio di una non ben chiara politica di fonti energetiche alternative e di una grande speculazione personale, la quale non ha niente a che fare con l’agricoltura che tutti noi conosciamo ed apprezziamo”.

Analoghe argomentazioni sono state portate nei consigli comunali di Agnadello e Palazzo Pignano. Alcune organizzazioni sono arrivate a chiedere una moratoria sull’autorizzazione di nuovi impianti. Il problema evidenziato è soprattutto quello della sottrazione di terreno alla vera agricoltura e nella realizzazione di impianti di grandi dimensioni scollegati dalle filiere agroalimentari e in competizione con la produzione di cibo “made in Italy”.

A tutto ciò, come noto, si collegano anche speculazioni e rincari negli affitti dei terreni, mediamente triplicati al Nord, da circa 500 euro all’ettaro ad oltre 1.500. Le iniziative più dure stanno avvenendo in Lombardia, dove, secondo le ultime stime disponibili, ci sarebbero ben 117 impianti in funzione, 134 in programmazione e 64 in istruttoria. La provincia con la massima incidenza è Cremona (120 totali, con una settantina di impianti già in funzione), poi Brescia (62) e Mantova (55). Pavia ne colleziona 25. Lodi, nonostante le dimensioni ridotte, ne ha ben 16 in funzione, 17 programmate e 5 in istruttoria. Bergamo è a quota 16, Milano 7, Sondrio 2, Como e Lecco zero. Un’organizzazione agricola del cremonese evidenzia come un impianto a biogas che produce un megawatt di energia, se alimentato con colture dedicate, abbia bisogno di circa 350 ettari di trinciato di mais, cioè di quasi 200mila quintali all’anno, ossia quanto serve per alimentare circa 1.500 bovini in un anno, capi il cui latte basterebbe a produrre 30mila forme di Grana Padano.

E’ quindi evidente la pesante sottrazione che la filiera agroalimentare subisce. Il Consorzio italiano biogas e gassificazione, attraverso l’Adnkronos del Nordest, continua a diffondere comunicati, attraverso i quali il presidente Gattoni auspica che il settore biogas possa “continuare il percorso di sviluppo che è stato intrapreso al fine di contribuire agli obiettivi che il Paese si è dato”.

Ma è chiaro che le preoccupazioni per il biogas incontrino crescenti adesioni tanto nel mondo agricolo quanto tra i comuni cittadini e consumatori.

Autore: Pierino Vago